In attesa dei previsti sviluppi normativi, chi scrive un articolo dovrebbe comunicare al lettore di aver usato l’intelligenza artificiale nella sua redazione, modifica e distribuzione? Se sì, in che termini? E siamo sicuri che una simile trasparenza sia vantaggiosa per giornalisti e lettori?
Considerata la ricorrenza del tema, può essere utile condividere le prime riflessioni traendo spunto da alcune recenti novità.
Se hai fretta e vuoi sapere di cosa parla questo testo, puoi saltare direttamente qui.
Per tutti gli altri, ecco qualche evidenza più strutturata.
Le novità dall’Ordine dei Giornalisti sull’uso dell’intelligenza artificiale
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha recentemente approvato il nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti. In vigore dal prossimo 1° giugno 2025, contiene 40 articoli e – in essi – il numero 19, rubricato Intelligenza artificiale.
Il testo è il seguente:
1. Fermo restando l’uso consapevole delle nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale non può in alcun modo sostituire l’attività giornalistica.
2. Quando si avvale del contributo dell’intelligenza artificiale, la/il giornalista:
a) ne rende esplicito l’utilizzo nella produzione e nella modifica di testi, immagini e sonori, di cui assume comunque la responsabilità e il controllo, specificando il tipo di contributo;
b) verifica fonti e veridicità dei dati e delle informazioni utilizzati.
3. In nessun caso il ricorso all’intelligenza artificiale può considerarsi esimente in tema di obblighi deontologici.
Sebbene non si tratti certamente di elemento di novità rispetto a quanto in formazione in ambito internazionale, l’occasione è certamente funzionale all’esame di alcune valutazioni sul punto a) del secondo comma. Ovvero, come (e cosa) comunicare al lettore che si accinge a fruire di un contenuto prodotto grazie all’uso dell’intelligenza artificiale.
Il tema è in verità molto più ampio e complesso di quanto ora oggetto di sintesi e, presumibilmente, sarà presto declinato in modo più specifico – ma non omogeneo.
Si consideri inoltre come l’argomento non possa certamente essere recluso nel solo perimetro degli iscritti all’albo dei giornalisti – peraltro, tipicità quasi esclusivamente tricolore – dovendo invece essere inquadrato nel più vasto ambito di ogni partecipante al sistema di comunicazione.
Ciò premesso, appare evidente come il settore sia ben lungi dal giungere a una sintesi, come dimostrano sia le numerose iniziative bottom-up (come quelle che hanno ispirato la Carta di Parigi) sia i tentativi di disciplinare l’uso dell’intelligenza artificiale nell’AI Act, il cui articolo che riguarda più da vicino questo ambito (il n. 50) non è certamente esente dalle critiche (su tutte, segnalo questa, ben argomentata).
L’urgenza di un’efficace disciplina nell’uso dell’AI in ambito giornalistico è poi resa ancora più evidente da due considerazioni: da una parte il fatto che – anche se l’impatto futuro dell’IA sul giornalismo è in parte ritenuto ancora incerto – ha tutto il potenziale per rivoluzionare il modo con cui viene le notizie vengono prodotte e fruite dagli utenti; dall’altra parte, il fatto che la tecnologia è applicata in modo sempre più ampio, ma spesso confuso.
Una ricerca internazionale condotta dalla London School of Economics and Political Science ci dice ad esempio che l’intelligenza artificiale è oggi largamente diffusa in tutte e tre le aree in cui è suddiviso il flusso – notizia:
- Raccolta: le applicazioni di intelligenza artificiale assistono le redazioni giornalistiche nel reperimento di materiale da fonti numerose e diversificate, aiutando il team editoriale a valutare gli interessi del pubblico come parte di un ciclo di produzione basato sui dati. La maggior parte delle redazioni (quasi tre quarti del totale), utilizza strumenti di intelligenza artificiale nella raccolta di notizie, soprattutto attraverso sistemi di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR), di automatizzazione della trascrizione, di estrazione di testo dalle immagini e di organizzazione dei dati dopo la raccolta. Sempre più diffusa è inoltre la presenza di applicazioni di IA in grado di setacciare grandi dati e rilevare l’esistenza di modelli ricorrenti.
- Produzione: l’intelligenza artificiale costituisce una preziosa risorsa anche nella seconda fase, quella della creazione di contenuti. L’ascesa di tecnologie di tecnologie di intelligenza artificiale generativa (genAI) facilmente accessibili al pubblico, come ChatGPT, ha aperto nuove possibilità per i processi in cui la tecnologia può essere sfruttata nella creazione di testi e elementi multimediali. Circa il 90% delle redazioni ha dichiarato di aver utilizzato le tecnologie di intelligenza artificiale nella produzione di notizie in vario modo: fact-checking, correzione delle bozze, uso di NLP, analisi delle tendenze e stesura di riassunti e codici.
- Distribuzione: circa l’80% delle redazioni intervistate ha dichiarato di utilizzare le tecnologie di IA nella distribuzione delle notizie, con una gamma di casi d’uso di grande ampiezza e interesse. In generale, è emerso come il prioritario obiettivo dell’utilizzo dell’IA sia qui quello di raggiungere un pubblico più vasto e migliorare il coinvolgimento degli utenti. Ne è derivato che la distribuzione delle notizie non è solo l’area con la più ampia ipotesi di modalità di utilizzo, quanto anche quella indicata maggiormente come quella con il maggiore impatto dalle tecnologie di IA. Gli intervistati hanno altresì condiviso esempi di utilizzo di sistemi di personalizzazione tramite IA con cui hanno potuto abbinare i contenuti al pubblico interessato in modo più accurato e su scala più ampia o, adattare i contenuti a un mezzo o a un pubblico specifico.
Prendendo spunto da quanto sopra, si può dunque ben riassumere come tutte le redazioni abbiano (o stiano) inglobando all’interno delle proprie attività l’uso dell’intelligenza artificiale creando i propri tool o adattando quelli già disponibili alle necessità operative. È tuttavia sul fronte strategico che si notano le maggiori convergenze.
Come illustrava questo documento su NiemenLab, infatti, se gli approcci degli operatori della comunicazione nei confronti dell’uso dell’intelligenza artificiale nel giornalismo sono vari, il consenso generale (riassunto anche in questo altro intervento) è che l’IA possa essere utilizzata nel giornalismo purché sia sottoposta a una verifica dei fatti da parte del giornalista. Risulta invece superata la convergenza verso la moderazione all’uso dell’intelligenza artificiale, emersa in un primo momento come probabile barriera preventiva contro le critiche occupazionali: la presenza delle applicazioni IA (generativa, e non solo) è prossima ad essere una costante, a volte nemmeno regolamentata in ambito aziendale.
A tali considerazioni se ne aggiunge un’altra, che ambisce ad essere il punto centrale del presente approfondimento e di cui mi occuperò nelle prossime righe: ai giornalisti che utilizzano l’IA è largamente richiesta una maggiore trasparenza sull’uso di tale tecnologia nel loro lavoro. Ma come declinare questa esigenza in una condotta concreta?
Intelligenza artificiale e giornalismo: perché bisogna occuparsi di questo argomento
Per comprendere perché sia importante occuparsi di questo tema, si può citare un recente rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism che, purtroppo, non ci regala piacevoli sorprese: la fiducia della società nei confronti dei media si attesta ai minimi storici (40%). Il sentimento è stato qui rilevato anche da Poynter, che accompagna tale evidenza con la percezione diffusa che l’introduzione dell’intelligenza artificiale potrebbe addirittura peggiorare le cose.
Eccoci pertanto al primo bivio: l’uso dell’intelligenza artificiale nelle attività di redazione può trasferire utilità al lettore o finirà con l’infastidirlo e deteriorare ulteriormente il già basso grado di fiducia che nutre nei confronti dei media?
La soluzione che si vuole in parte anticipare muove dall’impressione che sarà impossibile tenere l’intelligenza artificiale fuori dalle mura delle redazioni e che, dunque, sarebbe più funzionale comprendere in che modo i giornalisti dovranno dire ai propri lettori come stanno usando l’intelligenza artificiale, evitando di limitarsi a un generico riferimento e fornendo invece descrizioni più precise della tecnologia usata e delle sue concrete applicazioni. In altri termini, i consumatori dovrebbero essere messi a conoscenza di come vengono prodotte le notizie ed essere così in grado di fare scelte più informate sull’opportunità o meno di fidarsi di esse.
Come spesso accade, per trovare una soluzione efficiente a questo tema si può partire con le considerazioni degli effettivi fruitori. Ovvero, cosa ne pensano i lettori di notizie dell’uso dell’intelligenza artificiale nelle redazioni?
Stando a una ricerca Trusting News – Online News Association condotta la scorsa estate per indagare come il pubblico valuta l’uso dell’IA nelle redazioni, il 93,8% delle persone desidera sapere se i giornalisti hanno usato l’intelligenza artificiale nelle fasi del processo di realizzazione e divulgazione della notizia. Oltre la metà ha anche dichiarato di voler conoscere come l’IA è stata utilizzata nel processo di reporting e quali sono stati gli strumenti utilizzati.
Questa massiccia presa di posizione da parte degli utenti non è certo nuova, ma contribuisce a rafforzare ulteriormente la tendenza per cui i lettori desiderano sapere sia se l’IA è stata utilizzata, sia quanto sono stati coinvolti effettivamente i giornalisti nel processo di redazione e di editing.
Ora, se è vero che gli utenti sono sempre più a loro agio nell’accettare che l’intelligenza artificiale sia entrata nelle redazioni e che sia direttamente coinvolta in diversi momenti della realizzazione, personalizzazione e divulgazione di una notizia, è anche vero che le valutazioni dipendono anche dalla specifica attività per cui è stata usata l’IA.
Questa tabella spiega ad esempio molto bene per quali interventi l’IA è oramai accettata con più fiducia, e per quali invece non è sempre guardata di buon occhio.

Rileva dunque che le attività per cui c’è un maggiore livello di positiva accettazione dell’IA da parte dei lettori sono quelle riconducibili alle correzioni grammaticali, traduzioni e trascrizioni. Di contro, l’attività per cui l’intelligenza artificiale è vista con più disagio è quella della realizzazione di articoli senza una revisione umana.
In generale, si può affermare che – al di là dell’incorporazione di tale obbligo all’interno del codice deontologico – risulta sempre più evidente che i lettori desiderano ottenere una migliore chiarezza sul modo con cui l’intelligenza artificiale è utilizzata, sul perché è utilizzata e su come l’attività umana del giornalista si è integrata con quella dell’IA. Rimane fermo che, per alcune attività, la presenza di un intervento umano è considerata molto importante e, per alcune comunità di lettori, pressoché imprescindibile.
Focalizzandomi su quanto fin qui riassunto si può anche ipotizzare quella che potrebbe essere una dichiarazione di trasparenza che, oltre a rispettare i termini di riferimento degli obblighi deontologici, possa soddisfare le esigenze di disclosure nei confronti dei lettori, indicando:
- Se si è utilizzato o meno uno strumento di intelligenza artificiale
- Quale strumento di intelligenza artificiale è stato usato e quali sono le sue funzioni
- Per quale motivo si è preferito usare un sistema di intelligenza artificiale (idealmente, per quali motivi dovrebbe apportare un beneficio al lettore)
- Come il giornalista è stato coinvolto nel processo
- In che modo è stato accertato che i contenuti siano etici, accurati e soddisfino gli standard editoriali delle redazioni.
Adattando al nostro contesto diversi modelli di larga diffusione, l’informativa sull’uso dell’IA potrebbe dunque assumere la seguente forma:
Per questa notizia abbiamo usato (strumento di intelligenza artificiale e breve descrizione), che ci ha aiutato a (funzione dello strumento). Quando usiamo (strumento di intelligenza artificiale) sottoponiamo tutti i contenuti ad attività di fact-checking e controllo umano, al fine di assicurare il rispetto dei nostri standard etici e di accuratezza. Utilizzare questo strumento ci permette di (descrizione dei vantaggi specifici).
Si può notare come sia maggiore il valore informativo di tale affermazione rispetto a una nota più generica, come “Per realizzare questo contenuto abbiamo usato l’intelligenza artificiale”.
Per quanto invece riguarda la posizione in cui apporre tale nota, l’informativa potrebbe trovare spazio alla fine dell’articolo o, ancora più preferibilmente, nella sua parte superiore, al fine di consentire la maggiore conoscenza per quei lettori che non dovessero comunque portare a completamento la lettura della notizia o non dovessero guardare comunque la porzione finale del testo. Un’interessante tendenza in emersione è poi quella di applicarla nella firma del giornalista.
È inoltre consigliabile integrare l’indicazione dell’uso dell’intelligenza artificiale in ciascun contenuto con una policy da pubblicare sul sito web (questo modello di Poynter ne fornisce un buon tentativo).
Un passo in avanti: coinvolgere i lettori sull’uso dell’IA
Oltre a soddisfare nei modi sopra riassunti la forte domanda di trasparenza da parte del pubblico, è importante che le redazioni si rivolgano direttamente ai lettori per sapere che cosa ne pensano dell’IA.
A farlo, si noti, sono sempre più operatori, interessati a sapere quale sia il livello di familiarità dei propri utenti con i diversi usi dell’intelligenza artificiale, esprimendo una piena consapevolezza del fatto che non tutte le applicazioni di IA si adattano bene a ogni platea. Alcune comunità di opinione potrebbero essere più disposte di altre ad accettare attività assistite dall’intelligenza artificiale come l’editing o il fact-checking, mentre altre potrebbero essere a disagio se l’uso di questa tecnologia genera interi articoli o assume decisioni editoriali.
Contestualmente, è molto importante che le stesse redazioni predispongano opportunità di divulgazione dell’uso dell’IA nei confronti dei propri lettori: guide, glossari e articoli sul ruolo dell’IA nel flusso di notizie, spiegazioni sulle capacità e sui limiti dell’intelligenza artificiale, e produzione di articoli approfonditi su come l’IA è coinvolta nelle iniziative giornalistiche, potrebbero incrementare il livello di sensibilità e di conoscenza di questo argomento.
Aiutando i lettori a “capire” cos’è l’intelligenza artificiale, dove e come viene utilizzata, e il suo impatto sulla produzione di notizie e sul sistema di informazione online, i giornalisti hanno l’opportunità di recuperare una porzione di fiducia e creare una posizione di affidabilità sull’argomento.
Forse le cose non andranno così
Sebbene si ritenga che lo scenario principale sia quello sopra delineato, con il soddisfacimento di una maggiore trasparenza informativa sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle attività di redazione, è anche possibile che le cose possano andare in una direzione differente.
Peraltro, non sono poche le voci discordanti secondo cui sarebbe preferibile non citare l’uso dell’intelligenza artificiale nel flusso di creazione e distribuzione delle notizie, poiché potrebbe soffocare l’innovazione. In altri termini, il timore è che se le organizzazioni giornalistiche saranno tenute a divulgare l’uso dell’intelligenza artificiale ogni volta che lo fanno, potrebbero essere meno propense a sperimentare tale tecnologia.
Un altro rischio sollevato da chi non concorda con maggiori sforzi divulgativi è che un simile approccio finirebbe con il creare confusione per i consumatori, parte dei quali non comprende ancora come funziona l’intelligenza artificiale. In altre parole, le persone potrebbero divenire sospettose nei confronti dei contenuti generati dall’IA e l’obbligo di trasparenza renderebbe più difficile per i consumatori ottenere le informazioni di cui hanno bisogno.
Per esempio, ipotizziamo che una redazione giornalistica utilizzi l’intelligenza artificiale per eseguire il fact-checking e la verifica in tempo reale delle dichiarazioni rilasciate da personaggi pubblici durante eventi dal vivo, come dibattiti politici o conferenze stampa. Il sistema di intelligenza artificiale potrebbe identificare le imprecisioni e fornire agli spettatori informazioni puntuali in tempo reale. Se tuttavia la redazione fosse tenuta a rivelare ogni volta l’uso dell’IA, potrebbe alimentare maggiore riluttanza nell’implementare tale strumento.
Un altro scenario riguarda la personalizzazione delle notizie basata sull’intelligenza artificiale. Molte piattaforme utilizzano algoritmi di IA per adattare i contenuti alle preferenze dei lettori, assicurando che ricevano informazioni pertinenti con i loro interessi. Se le testate giornalistiche fossero costrette a rivelare l’uso dell’IA in questo contesto, i lettori potrebbero avere l’impressione di essere stati oggetto di una manipolazione e, dunque, diffidare dai contenuti: un’apprensione che, a sua volta, potrebbe dissuadere le testate giornalistiche dall’investire nella personalizzazione basata sull’IA, limitando la loro capacità di coinvolgere e fidelizzare il pubblico in un panorama mediatico sempre più competitivo.
Ora, ad opinione di chi scrive, le critiche sopra diffuse richiamano ostacoli non certo insuperabili, anzi. Tant’è che molte redazioni, come quella del New York Times, hanno da tempo adottato aperto a diverse innovazioni funzionali a una migliore trasparenza, come la modifica delle firme propedeutica anche a integrare l’informativa di cui sopra in prossimità del nome del giornalista.
Si consideri inoltre che l’orientamento diffuso (lo abbiamo visto in ambito comunitario con le previsioni dell’AI Act e, pur senza eccessi di incisività, nel recente intervento dell’Ordine dei Giornalisti) sia quello di sposare la politica di maggiore trasparenza.
In definitiva, se emerge chiara la tendenza di richiedere la divulgazione dell’uso dell’IA nelle attività redazionali, spicca anche la necessità di aprire un dibattito pubblico sul modo con cui disciplinare i modi e i termini di uso e di disclosure, al fine di sviluppare policy che tutelino i consumatori e promuovano il giornalismo responsabile.
L’elaborazione di linee guida per l’uso dell’IA che si soffermino su questioni come bias, trasparenza e responsabilità, l’investimento nella formazione e nell’istruzione interna (giornalisti) e esterna (lettori), la collaborazione con gruppi di opinione, istituzioni, aziende tecnologiche e mondo accademico per sviluppare standard etici per l’utilizzo dell’IA e affrontare le questioni emergenti critiche per il futuro dell’informazione, sembrano improrogabili.
Ricordo che puoi farmi sapere cosa ne pensi e partecipare a questo dibattito lasciando un commento.
Se invece vuoi mostrarmi privatamente come hai usato l’intelligenza artificiale nel tuo progetto e vuoi un parere sulla sua disclosure, puoi contattarmi a questo indirizzo e-mail.
Questo articolo, in breve
- Il nuovo Codice Deontologico dei Giornalisti (in vigore dal 1° giugno 2025) richiede che il giornalista dichiari se ha usato l’intelligenza artificiale nella redazione di un testo.
- Le redazioni utilizzano già ampiamente l’intelligenza artificiale in tutte le aree del flusso – notizia: raccolta dei dati, produzione dei contenuti, distribuzione delle notizie.
- Il 93,8% dei lettori vuole sapere se e come l’intelligenza artificiale viene utilizzata nella produzione delle notizie.
- La fiducia nei media è ai minimi storici (40%) e l’introduzione dell’intelligenza artificiale potrebbe peggiorare la situazione se non gestita con trasparenza.
- Un’informativa efficace sull’uso dell’intelligenza artificiale dovrebbe includere lo strumento utilizzato, lo scopo dell’uso, i benefici per il lettore e il processo di verifica.
- I lettori accettano meglio l’IA per attività come correzioni grammaticali e traduzioni, mentre sono più scettici sulla generazione automatica di contenuti senza revisione umana.
- È importante coinvolgere i lettori attraverso guide, glossari e forum per spiegare il ruolo dell’IA nel giornalismo.