Il panorama mediale italiano è da tempo entrato nella fase dello streamcasting. Ovvero, un sistema ibrido in cui la televisione tradizionale e le piattaforme digitali non sono più concorrenti, ma convergono creando nuove dinamiche di consumo e distribuzione dei contenuti.
Insomma, TV e piattaforme digitali hanno compreso che cercare di erodere vicendevolmente quote di mercato è poco proficuo. Meglio, invece, trovare margini di collaborazione che possano aprire scenari win-win.
E, forse, proprio da questa tendenza arriva un dato piuttosto interessante, in fase di consolidamento: la tenuta del medium televisivo.
La tenuta del medium televisivo: dati che sfidano le previsioni
Intendiamoci: le profezie apocalittiche sulla morte della TV tradizionale non sono ancora sepolte. Tuttavia appare evidente come la deadline del piccolo schermo sia stata spostata in avanti nel tempo.
I dati del 2025 sembrano infatti confortare chi sostiene che la TV abbia vita lunga davanti a noi. Gli italiani hanno dedicato quasi 3 ore e 20 minuti al giorno alla visione lineare, con oltre 35 milioni di contatti giornalieri. La Total audience registra circa 8,7 milioni di spettatori medi, con una flessione di soli 1,2 punti percentuali rispetto alla stagione precedente.

Dal punto di vista professionale, è bene inquadrare questa evoluzione per quello che è effettivamente, evitando di cadere nella tentazione di etichettarla come una resistenza nostalgica verso un medium del passato, o ad una tenuta determinata da singole fasce di popolazione (magari, quella più anziana). Piuttosto, è la dimostrazione che la televisione continua a rispondere a bisogni comunicativi ben specifici: la condivisione di momenti collettivi, la creazione di un’agenda comune, la costruzione di immaginari di comunità. Ovvero, elementi che nessuna piattaforma on-demand sembra per ora poter replicare completamente.
A cambiare non è la quantità, bensì la qualità
A tirar fuori un dato di rilievo dalle statistiche del 2025 non bisogna pertanto guardare il “quanto” si guarda la TV, ma nel “come” e “dove”.
In primis, le Smart TV hanno ormai superato il 50% del parco complessivo (22,2 milioni di unità), trasformandosi nel ponte tra due mondi: quello lineare e quello on-demand. Il 40% del consumo televisivo avviene ormai su questi dispositivi connessi, con un incremento del 6% annuo.
Una simile ibridazione tecnologica sta mutando le competenze richieste ai professionisti della comunicazione. Non basta infatti più pensare in termini di “spot pubblicitario” o “contenuto editoriale”: serve una visione integrata che consideri simultaneamente la fruizione lineare, il catch-up, le clip social, i momenti di second screen.
Forziamo una sintesi: il pubblico non distingue più rigidamente tra questi ambienti, e nemmeno le strategie di comunicazione possono permettersi di farlo.
Come cambiano i contenuti
Dinanzi a tale scenario, l’industria sta rispondendo con investimenti significativi: oltre 894 milioni di euro sono infatti stati impiegati per la produzione scripted originale, con un incremento del 15% e un costo medio per minuto che supera i 27.000 euro (+26%). Intanto, le produzioni premium e le co-produzioni internazionali in costume stanno alzando l’asticella qualitativa, dimostrando che l’eccellenza produttiva italiana può competere a livello globale.
Tuttavia, parallelamente, si registra un calo del 24% nei titoli di fiction originale. Anche in questo caso, è bene leggere il dato in maniera più organica. E, cioè, con la necessità di fare i conti con meno progetti, ma più ambiziosi, nel tentativo (in vero, non sempre riuscito, ma questo è un altro discorso) di premiare la qualità sulla quantità, allineandosi alle dinamiche delle piattaforme streaming ma mantenendo la specificità del racconto televisivo italiano.

Nel segmento unscripted, invece, assistiamo a una maggiore vitalità: +6% in titoli e +3% in ore, con particolare crescita nei generi factual (+44%) e game (+42%). La produzione indipendente cresce del 7% nelle ore, segnalando una buona e crescente diversificazione.
Che cosa cambia per chi lavora nella comunicazione
Naturalmente, non bastano certo questi pochi dati per ispirare qualche mutato accorgimento nella propria strategia di comunicazione professionale.
Tuttavia, i dati confermano quanto da diverso tempo è fonte di ispirazione per chi lavora in questo settore. Azzardo qualche spunto:
- Pensare crossmediale senza perdere l’identità del mezzo. Ogni piattaforma ha le sue regole e il suo linguaggio, certo, ma il contenuto di qualità mantiene un nucleo riconoscibile attraverso i diversi touchpoint dell’utenza.
- Ricordare che l’intelligenza artificiale non è un sostituto. L’AI è da tempo entrata nelle redazioni, negli algoritmi di raccomandazione, nei processi produttivi. Comprenderla e governarla diventa competenza essenziale, e non accessoria, pur considerando che questa tecnologia non può essere sostitutiva di una componente human.
- Valorizzare la misurazione integrata. Con 1,7 milioni di spettatori medi nell’ascolto “non riconosciuto” (streaming, gaming, browsing), cresce l’urgenza di metriche condivise che permettano confronti reali tra piattaforme diverse. Senza una misurazione omogenea, il mercato perde capacità di orientamento strategico.
- Riconoscere il valore della TV lineare nella costruzione del brand. In un panorama frammentato, la capacità della televisione tradizionale di generare oltre 17,7 milioni di spettatori in prima serata resta un asset comunicativo unico per costruire notorietà e consenso rapidamente.
Se ti va di confrontarti su questi temi, puoi contattarmi qui.
Risorse
- Puoi scaricare l’annuario con tutti i dati completi (richiede registrazione)
- Ne ha parlato Prima Online dove puoi scaricare tutte le slide
- Sul sito di Radio Radicale puoi vedere lo streaming della presentazione alla Camera dei Deputati